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MARIO BOTTA: LA PIETRA CUSTODE DELLA NOSTRA CULTURA EUROPEA
Il famoso architetto spiega la sua passione per il materiale lapideo

Mario Botta è uno dei più famosi architetti contemporanei. Profondamente europeo per cultura e formazione professionale (è stato allievo di Carlo Scarpa a Venezia), ha sempre progettato edifici strettamente in relazione con l’ambiente circostante, ed ha caratterizzato la sua cifra stilistica con un frequente impiego del mattone e della pietra.
Lo abbiamo incontrato per avere da lui un’opinione sull’attualità dell’uso della pietra naturale nelle costruzioni.
Architetto che senso ha oggi, utilizzare la pietra nella progettazione architettonica e in generale nell’immaginare i nuovi edifici?
C'è bisogno dei materiali lapidei perchè hanno il pregio di una grande tradizione, di una memoria ma soprattutto di durare nel tempo. E quindi da questo punto di vista paradossalmente diventano materiali di una grande attualità. In contrapposizione alla società dei consumi ecco che il costruire diventa qualcosa che può resistere al consumo, può resistere al tempo e quindi offrire una testimonianza che va al di la della vita dell'architetto stesso, per essere un documento della nostra epoca e della nostra sensibilità per le generazioni future.
Ancora oggi ha delle qualità che rispondono benissimo alla resistenza, all'usura dell'intemperie, all'invecchiamento e quindi , da questo punto di vista e uno strumento dell'architettura e dell'edilizia di grandissima attualità.
Come riportare la pietra all'attenzione di architetti e progettisti che negli ultimi decenni hanno preferito usare materiali come vetro e acciaio, quasi che la pietra fosse qualcosa di superato? E' una questione pensiamo culturale..
Si è una questione soprattutto culturale, La cultura architettonica ha sposato un po' questa filosofia del consumo, della architettura effimera e, se vogliamo essere un po' più critici l'ideologia della società e della città americana da un lato, e asiatica dall'altro. Io invece credo che la città europea abbia dei valori propri, e degli anticorpi per resistere alla banalizzazione e all'appiattimento della cultura del moderno e quindi da questo punto di vista diventa una scelta importante. Dobbiamo decidere se attraverso l'architettura, attraverso lo spazio della città, continuiamo a consolidare una tradizione che ci offre gli anticorpi per resistere alla banalizzazione del nuovo oppure se vogliamo demolire la città europea e accontentarci dell'agglomerazione che caratterizza la città americana e in particolare la città asiatica. La cultura dell'oggetto architettonico autonomo è una cultura suicida perchè nega i rapporti spaziali che invece gli spazi collettivi della città danno - la strada, la piazza, il viale- che di fatto sono i veri valori all'interno dei quali noi viviamo.
Immaginare la pietra come qualcosa di vecchio: è un problema di formazione che coinvolge anche le Università.
Ha ragione ci sono molti pre-giudizi: è come dire che Henry Moore è vecchio perchè utilizza la pietra per le sue sculture. Non ha nessun senso!! Il materiale è uno strumento, capace di dare delle possibilità emotive e quindi dipende da come lo si usa. Le sculture di Picasso sono altrettanto contemporanee e moderne di quelle di Michelangelo a suo tempo. Il fatto è anche che molti giovani architetti non conoscono il materiale, ci vuole forse maggiore umiltà nell'uso del materiale bisogna conoscerne la forza di gravità conoscerne un uso e una trasformazione che avviene più lentamente attraverso un sapere artigiano che sta scomparendo. E’ più facile fare un collage e prendere dei prefabbricati da mettere assieme.
La verità è che l'architettura è uno specchio, spesso impietoso della storia. Con l'architettura riflettiamo le nostre condizioni e anche le nostre speranze. Se noi continuiamo a copiare i modelli asiatici i modelli allucinanti di oggi dove questi edifici sono oggetti a se stanti che vanno bene a Dubai come a MIlano io non so se facciamo un grande servizio alla nostra identità.
Verona, 20 / 5 / 2010